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Quando, dopo l’esplosione dell’epidemia, hanno richiesto medici volontari per far fronte alle esigenze degli ospedali, per un momento ho pensato di lanciarmi. Mi piaceva l’idea di tornare in prima linea, come da giovane medico in Africa, nella Protezione Civile, nel Soccorso Alpino… Per fortuna in me ha presto prevalso il buon senso: che uno psichiatra ultrasessantenne si offrisse per intubare ammalati era davvero troppo, anche per uno specialista in un campo che porta con sé qualche pregiudizio di bizzarria.

Così mi sono accomodato al posto che mi compete, nelle retrovie. E ho scoperto che era un ottimo punto di osservazione per riflettere con relativa calma su quanto stesse accadendo, una calma che i colleghi in prima linea probabilmente non potevano permettersi. Una prima osservazione è stata, in primo luogo, che non c’è stato, e non c’è solo il virus, in Italia. Che le persone continuano ad ammalarsi e a morire soprattutto per altre cause. Che le misure di confinamento personale sono anch’esse un fattore patogeno non da poco. Che fasce rilevanti della popolazione stavano soffrendo più di altre, e tra queste ci sono molti immigrati. E soprattutto che la comunicazione pubblica nel suo complesso non è stata, a mio parere, all’altezza della situazione.

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Categorie: News Congresso Nazionale 2020

 

Care amiche, cari amici della SIMM,

come sapete, il nostro Congresso Nazionale di maggio ha dovuto essere cancellato.

È stato un dispiacere, ed è stato anche molto difficile prendere una decisione riguardo a cosa fare: immaginarci il futuro, in questi momenti d’incertezza, è ancora più difficile del solito.

Spostarlo alla primavera del prossimo anno sarebbe stata la soluzione che ci avrebbe dato le maggiori garanzie di poterlo tenere regolarmente; tuttavia rinunciare subito e del tutto a riunirci nel 2020 per il nostro congresso ci sembrava perdere un’occasione.

D’altra parte, la scelta di celebrarlo quest’anno, oltre ai dubbi sulle possibili limitazioni dovute a un persistere dell’epidemia, si scontrava con molte difficoltà logistiche, perché gran parte degli eventi di questa primavera sono stati spostati all’autunno. E noi in particolare desideravamo che la sede fosse l’Università di Roma, che tra l’altro ci offre un’aula di dimensioni tali da consentire un buon distanziamento tra i partecipanti, se misure del genere fossero necessarie. L’unica data disponibile è 16, 17 e 18 dicembre, che non è il periodo che avevamo in mente. Ma non abbiamo avuto alternative praticabili, né lì né altrove.

Abbiamo preferito accettare questa ipotesi piuttosto che rinunciarvi: se poi saremo costretti a cancellare anche questa data per cause di forza maggiore lo accetteremo, ma per il momento vogliamo permetterci di sperare, e perseguire questa ipotesi, per diverse ragioni.

La prima è che sentiamo il bisogno di incontrarci, di non rimandare troppo la nostra riunione biennale, perché abbiamo bisogno di stare insieme, di confortarci e di sentirci uniti in questo momento difficile. Non sarà il congresso che avevamo progettato nei mesi scorsi, ma un evento nuovo, perché la nostra comunità nazionale e la salute delle immigrate e degli immigrati, che è la ragione della nostra esistenza societaria, sono in sofferenza. Non solo il virus si è accanito contro le fasce più deboli della società, ma soprattutto la crisi economica, le difficoltà sociali e relazionali, le limitazioni delle libertà personali, le azioni pubbliche emarginanti e discriminanti colpiscono soprattutto questi settori della popolazione. Chi di noi lavora quotidianamente con queste persone lo sa bene. Abbiamo bisogno di ritrovarci, di sostenerci a vicenda, di comprendere cosa sta avvenendo e quali risposte dare a una situazione tanto imprevista.

Una seconda ragione è di tipo simbolico: il 2020 è il trentennale della fondazione della SIMM. Per una comunità, che è anche un’organizzazione, come noi siamo, gli aspetti simbolici non sono secondari. Portano l’attenzione sui valori, sugli ideali per cui, trent’anni fa, un piccolo gruppo impegnato per la salute delle persone immigrate, allora ancora poco numerose, si è riunito per riflettere sui bisogni di salute dei nostri nuovi concittadini cui dare risposte efficaci. Quei colleghi erano lungimiranti. Alcuni di noi c’erano, spesso giovani neolaureati. Vogliamo testimoniare oggi quei valori di allora, quegli ideali che ci sembrano sempre vivi e che speriamo siano l’eredità per le nuove generazioni, che porteranno la SIMM nel futuro.

Infine abbiamo ragioni di tipo statutario che non vogliamo trascurare, perché il funzionamento della SIMM dipende anche da questo: a maggio scadono le cariche sociali, ed è necessario eleggere un nuovo Consiglio di Presidenza per metterci nelle condizioni di svolgere al meglio le nostre attività.

Insomma, vogliamo incontrarci, e vogliamo farlo il prima possibile: per questo invitiamo le socie, i soci e tutte le amiche e gli amici della SIMM a Roma dal 16 al 18 dicembre di quest’anno per il nostro XVI Congresso Nazionale. Comunicheremo nelle prossime settimane le nuove date per le iscrizioni, oltre agli altri aspetti organizzativi e scientifici del Congresso. Nel frattempo restano naturalmente valide le iscrizioni che sono già state formalizzate: speriamo vivamente che tutte le persone che si sono già iscritte possano partecipare; per chi invece fosse impossibilitato a farlo, è possibile chiedere il rimborso della quota entro il 31 ottobre prossimo (non c’è fretta: speriamo per allora di avere tutte le conferme necessarie).

È un momento difficile, non ce lo nascondiamo. Ma Marco Aurelio ci insegna che “l’essere dotato di ragione può fare di ogni ostacolo una materia del suo lavoro e trarne vantaggio”: la SIMM nella sua storia trentennale ha dimostrato di esserne capace.

 

Il Presidente, Maurizio Marceca,
e il Consiglio di Presidenza della SIMM

Roma, 25 aprile 2020

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Categoria: News

 

Sono uno psichiatra sui generis. In precedenza mi sono specializzato e ho lavorato come pediatra, ho preso parte ad alcuni progetti di cooperazione in Africa e in Asia, occupandomi tra l’altro di grandi endemie, e ho sviluppato una certa sensibilità epidemiologica. Rientrato in Italia, dal 1989 lavoro nell’assistenza agli immigrati e continuo in questo campo a interessarmi di epidemiologia, di cui sono appassionato, in specie all’interno della nostra Società Italiana di Medicina delle Migrazioni.
In questi giorni di pandemia le mie due anime, quella psichiatrica e quella pediatrico-epidemiologica, si sono spesso incrociate, e hanno avuto diversi scambi d’opinione. Si sono fatte alcune idee. Intanto che quando si è deciso di chiudere la stalla, gran parte dei buoi era già scappata, ma di questo esse (le due anime) non si dolgono: era troppo difficile prendere misure drastiche in un paese democratico prima che il pericolo fosse davvero percepito dalla popolazione. Quando si è agito, il virus era verosimilmente già diffuso in un modo da non poter più essere arrestato ma solo, non senza difficoltà, contenuto.
Vivendo a Milano, e avendo colleghi e amici che vivono e lavorano nelle zone di focolaio epidemico, ho compreso dai primi momenti che il numero delle diagnosi era ampiamente sottovalutato. Tante tra queste persone a me care, benché a casa con un tipico quadro clinico da Covid-19 e un’anamnesi di contagio pressoché sicuro, non erano state diagnosticate con il tampone, e così i loro familiari sintomatici.

Mi sono presto immaginato che il reale numero degli infetti andasse probabilmente moltiplicato per dieci rispetto ai dati ufficiali. A qualche collega il tampone diagnostico è stato fatto solo prima di riammetterlo al lavoro in ospedale, a oltre un mese dal contagio e dopo due-tre settimane dall’esordio della sintomatologia, rientrando, se positivo, tra i cosiddetti “nuovi contagiati” almeno un mese dopo il contagio effettivo. I dati ufficiali dunque valevano poco, e il virus era verosimilmente molto diffuso, almeno in Lombardia. Queste mie impressioni aneddotiche sono andate via via confermandosi dagli studi che vengono pubblicati in questi giorni. In uno recentissimo sul British Medical Journal si dice che addirittura i casi asintomatici arriverebbero all’80% del totale (Day, 2020): casi che senza ricerche specifiche non sono identificati.
Le prime misure decise dal governo mi sono dunque sembrate sagge e appropriate: avevano lo scopo di rallentare la curva epidemica per consentire alle strutture sanitarie di far fronte ai ricoveri, salvaguardando nei limiti del possibile il benessere individuale e l’economia del paese. Per la salute fisica e psichica della popolazione era utile consentire in sicurezza l’attività motoria all’aperto e mantenere in funzione il paese, anche nelle sue risorse produttive.
A volte la mancata chiusura delle aziende è stata stigmatizzata come un modo di privilegiare denaro e interessi economici rispetto alla vita delle persone. Non è così. Circa 40 anni fa un violento terremoto distrusse un’ampia parte del nostro Friuli; la decisione fu di ricostruire e mettere in funzione le fabbriche prima delle case. Non per amore del capitalismo, ma perché le comunità si costruiscono attorno al lavoro. Quella scelta fu una delle ragioni della rapida ripresa di quei territori.

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