Salute Mentale e Migrazioni

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La Salute Mentale è una componente fondamentale del benessere delle persone. Ciò ha importanti ricadute sia sullo stato di salute globale dell’individuo, sia sulla possibilità di essere parte attiva delle dinamiche sociali in cui ci si trova.
In condizioni migratorie molti riferimenti usuali si perdono e la persona è esposta a una necessità di cambiamento a volte molto radicale. Differente lingua, differenti usi e costumi, cambiamento dello stato sociale, concrete difficoltà vitali quotidiane, nostalgia e preoccupazioni per la situazione lasciata nel proprio paese, etc., sono tutti fattori che vanno a costituire il cosiddetto “stress da transculturazione” (Mazzetti, 1996, 2003). Ciò è usualmente un fattore di trasformazione in positivo, nel senso che nella necessità di riadattarsi, tollerando le frustrazioni derivanti dalle difficoltà incontrate, la persona diviene anche consapevole degli elementi di forza del suo carattere, e ciò entra nella costruzione di una narrazione positiva del proprio percorso migratorio che faciliterà il raggiungimento dei fini che si era preposto (progetto migratorio). Però ci sono volte che ciò non avviene, e la sofferenza, la delusione, le insormontabili difficoltà possono condurre a uno stato di rischio per la salute mentale.

Questo è l’ambito delle reazioni psicopatologiche secondarie allo stress da transculturazione, e rappresenta un primo ambito di attenzione per chi si occupa di salute mentale e migrazioni.
Un secondo ambito riguarda la tutela della salute mentale in persone che non hanno un proprio progetto migratorio. Ad esempio, i coniugi arrivati in Italia per ricongiungimento familiare, spesso dopo anni di separazione, oppure i figli e altri parenti. In questi casi il progetto migratorio era della persona che per prima era partita, e non è detto che dopo una prima fase di soddisfazione per il ricongiungimento familiare non inizino ad emergere le divergenze. Anche questo può essere origine di sofferenza psicologica.
Il terzo ambito riguarda il forte stress a cui sono esposte alcune categorie di lavoratori migranti (badanti, braccianti, etc.). Qui la necessità della prevenzione del burn out e della tutela della salute globale dell’individuo è particolarmente sentita.
Un quarto ambito riguarda le seconde e terze generazioni di migranti. Qui le tensioni tra matrice socio-culturale di origine dei propri genitori e confronto con i pari può essere frutto di sviluppi creativi ma anche, a volte, di tensioni. Va inoltre considerata la delusione quando alla maggiore età il ragazzo scopre di non essere come gli altri coetanei con cui da sempre si relaziona, ovvero di non essere cittadino italiano. Infine, i minori sono esposti al rischio deriva sociale, sia perché figli di lavoratori a volte sfruttati e che quindi hanno poco tempo da dedicare ai figli (solitudine, anomia), sia perché appartenenti a classi sociali e ambienti sociali a maggior rischio, indipendentemente da cultura e nazionalità di provenienza.
Un quinto ambito riguarda le patologie mentali in generale, quelle che possono far soffrire una persona indipendentemente dal suo stato di migrante o meno. Qui si pongono problemi di diagnosi differenziale e occorre riuscire a comprendere quanto nel caso specifico la sindrome in oggetto sia condizionata (sia in senso causale che nella forma che acquisisce) da variabili culturali. Si pensi ad esempio alle sindromi di influenzamento, al Dhat, etc.
Un sesto ambito, importantissimo, riguarda la tutela della salute mentale nei minori non accompagnati, realtà sempre più frequente. Un’alta percentuale di essi fanno perdere le proprie tracce dopo l’arrivo in Italia, e questo li espone a un forte rischio per mancanza di tutele. Abusi, violenze, traffico di persone, etc. sono tra i rischi più rilevanti.
Un settimo ambito riguarda la salute mentale “di collegamento”, quella che si occupa della tutela della salute mentale in persone che non si rivolgono ai centri di salute mentale ma a medici internisti o di altra specializzazione. È il tema delle cosiddette somatizzazioni (espressione della sofferenza psicologica attraverso sintomi riferiti al corpo), che sono molto frequenti nei setting di medicina generale per migranti (Aragona et al., 2005, 2012).
Infine, vi è l’ambito delle reazioni psicotraumatiche in persone che hanno subito violenze intenzionali (torture, abusi, etc.) e, purtroppo è cronaca quotidiana, altri traumi catastrofici (naufragi, etc.). Questa situazione riguarda molti rifugiati e richiedenti protezione internazionale, ma non è affatto infrequente trovare queste condizioni anche nelle storie di molti migranti “economici”. Sono persone con importanti reazioni psicotraumatiche che però spesso non vengono riconosciute (le cosiddette “ferite invisibili”). L’effetto sulla salute mentale è molto forte, con sofferenza personale molto intensa e, spesso a causa di sintomi dissociativi della coscienza, alterazioni dell’arousal, difficoltà di concentrazione, depressione dell’umore, etc., scarso “funzionamento” che compromette seriamente le possibilità di successo personale e di integrazione proficua nella società ospite. Per questo è importante riconoscere i primi segni e fornire un aiuto integrato a queste persone (non solo strettamente psichiatrico e psicoterapico, ma anche di supporto sociale e ambientale), al fine di aiutarle a superare gli effetti del trauma subito riprendendo il proprio cammino di vita. È da sottolineare che in quest’ambito gli studi segnalano l’importanza di prevenire la ritraumatizzazione secondaria, che spesso avviene nel paese ospitante tramite apparentemente piccole, ma deleterie negli effetti, difficoltà di vita post-migratorie (Aragona, 2014). È un dato chiaramente dimostrato dalla letteratura internazionale che rinchiudere le persone in posti come i CIE piuttosto che assisterle, comporta un importante peggioramento a lungo termine della salute mentale e delle possibilità di integrazione sociale (Steel et al., 2011).



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